Intervista a Giacomo Bertagnolli, campione paralimpico di Sci alpino e studente di Scienze motorie con il programma Academic Coach

Giacomo Bertagnolli, classe 1999, è campione paralimpico di sci alpino. Affetto da una ipovisione moderata fin dalla nascita, pratica lo sci dall’infanzia e all’età di tredici anni partecipa alle prime gare agonistiche.  Ad oggi ha vinto tantissimo, l’ultimo successo alla Coppa del Mondo, dove nella tappa italiana di Prato Nevoso si è aggiudicato tre ori. Dopo la maturità decide di non proseguire gli studi, ma poi scopre il progetto Academic Coach dell’università di Verona e si iscrive a Scienze motorie.

 
Giacomo, partiamo dal contesto: lo sci alpino paralimpico. Prendere le mosse dal contesto, ci aiuta innanzitutto a definirlo, per poi individuare quali sono le pratiche agite. Del contesto e delle pratiche, la tua esperienza è cornice e trama.

Lo sci alpino paralimpico viene definito una variante dello sci alpino. 

La parola variante, che significa modificazione, presuppone un modello, in questo caso lo sci per persone senza disabilità, di cui lo sci paralimpico presenta diverse forme, mantenendo sostanzialmente una similitudine convenzionale con il modello. Sì, lo sci alpino paralimpico innanzitutto si compone delle stesse discipline dello sci alpino per persone senza disabilità. Troviamo lo slalom, speciale e gigante, il supergigante, la discesa, la combinata e da quest’anno è stato aggiunto anche il parallelo; inoltre le piste su cui si gareggia sono le stesse. Da questo punto di vista non c’è differenza.

 
La Treccani ha aggiunto un nuovo significato al termine paralimpico: “ogni persona con disabilità che pratica sport”, non solo quindi gli atleti che partecipano alle Paralimpiadi. Questa apertura mette al centro la persona che fa sport, non solo le competizioni a loro riservate.  Torniamo così a te e allo sci.
 
Il Comitato Paralimpico Internazionale ha individuato tre tipologie di disabilità: sciatori con disabilità fisiche in grado di reggersi almeno su una gamba; sciatori che gareggiano con il mono-sci a causa di paraplegia o amputazione; disabili visivi. Tra questi ultimi: i ciechi totali e gli ipovedenti gravi e lievi. Questa distinzione è basata sui parametri della acuità visiva (cioè la visione del dettaglio) e il campo visivo, cioè l’ampiezza dello spazio espresso in gradi oppure in percentuale della visione misurata in entrambi gli occhi. Io ho una ipovisione moderata, il che significa che ho una acuità visiva molto compromessa. La mia difficoltà sta nel vedere i dettagli, i particolari, nel mettere a fuoco una visione. Ho un campo visivo allargato ai lati, mi manca la visione del dettaglio e la tridimensionalità. Non posso gareggiare da solo, scio con la guida.
 
Chi è la guida?
 

La guida è la persona che scia davanti a me e con cui sono in costante comunicazione attraverso degli auricolari posti nel casco. Comunichiamo come se fossimo al telefono. Parlare della guida apre tutta una serie di riflessioni importanti.
 
E declinate su due registri: il lato sportivo, prestativo e quello relazionale?!?
 
Sì, è così. La guida è fondamentale. Ha il compito di avvisarti riguardo le imperfezioni del tracciato, come, ad esempio, la presenza di lastre di ghiaccio, buche. La guida, che deve essere veloce, prende traiettorie larghe, sufficientemente rotonde, perché non può toccare i pali, altrimenti mi verrebbero addosso. Importante è anche il mantenimento della giusta distanza: non può allontanarsi troppo, altrimenti perdo la traiettoria, ma non può neppure sciarmi troppo a ridosso. L’andatura la dò io, la guida deve essere brava a mantenerla, a orientarmi e indirizzarmi. Occorrono, oltre alla bravura sportiva, umiltà, intelligenza, capacità di leggere le situazioni, e di prendere decisioni in tempi rapidissimi. Sciare con la guida è dare vita a una performance all’unisono, in cui ognuno di noi ha responsabilità precise, pur nella libertà dei singoli gesti atletici. È necessaria una grande sincronia, un gioco di squadra equilibrato, coordinato e preciso.  Con la guida condivido vittorie e sconfitte. Tra di noi deve circolare molta fiducia e un sentimento di affidamento.
 
Come si raggiunge questa empatia?
 
Attraverso un lavoro quotidiano.
 
Come avviene la scelta della guida?
 
È a discrezione dell’atleta, ho provato diverse guide, non è semplice perché è un esserci fuori e dentro le piste, in tandem. Dopo Fabrizio Casal con cui abbiamo “finito” in bellezza, con l’argento nel supergigante alle Paraolimpiadi del 2018, ora la mia guida è Andrea Ravelli, istruttore nazionale di sci alpino, un atleta che ha gareggiato a livelli di Coppa Europea.
 
Come ti alleni, quali sono i tuoi talenti e che abilità perfezioni di più?

Mi alleno tre/quattro volte la settimana sugli sci e, poi, in palestra, per il potenziamento muscolare. In prossimità delle gare, molta bicicletta e forza, ma non massimale. Lo sci è uno sport molto impegnativo: ci si alza alle cinque per raggiungere le piste e si rincasa all’imbrunire. Gli spostamenti sono all’ordine del giorno. Da settembre c’è il ritiro in ghiacciaio. Lo sci rappresenta per me una passione e un divertimento. Vorrei diventasse il mio lavoro. Sono tesserato nelle Fiamme Gialle e questo mi consente una serie di vantaggi, ma non faccio parte del corpo a causa della mia disabilità agli occhi, pertanto non ricevo uno stipendio. Vorrei che questa situazione cambiasse, per questo il mio impegno agonistico deve essere sempre elevato: è necessario mandare dei segnali, affinché cambi questa legge. Non è paternalismo, indulgenza, ma riconoscimento del talento e delle competenze. Il mio è un costante apprendimento motorio di adattamento e di consapevolezza dei movimenti del mio corpo.  Alleno le capacità propriocettive e condizionali, velocità e flessibilità. Lavoro sulla tecnica, la precisione, il ritmo, per una buona riuscita nell’affrontare le curve ad arco stretto, ma soprattutto alleno i riflessi e l’equilibrio. Ho fatto mesi a provare bendato a camminare su una slackline.
 
Nel 2016 oro nella Coppa del mondo generale, nel 2017 un oro, un argento e un bronzo ai Mondiali, nel 2018 due ori, un argento e un bronzo alle Olimpiadi in Corea, nel 2019 quattro ori e un argento, hai aperto il 2020 con tre ori e otto argenti, difficile chiederti “e adesso”?

Non mi sento appagato, anche se ho vinto tantissimo. Adesso voglio preparami al meglio per le Parlimpiadi di Pechino del 2022 e per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Sono stato invitato per la candidatura ed è un sogno parteciparvi.  Per un atleta non capita spesso di disputare una gara così importante in casa.

In una dichiarazione di un paio di anni fa, dicevi: “Fare l’università con il mio problema di vista significherebbe andare ogni giorno per prendere appunti e studiare mentre si è fuori a fare gare. Per ora ho deciso di non andare all’università concentrarmi sullo sci. Più avanti vedremo se mi verrà voglia di riprendere a studiare”. Ma hai cambiato idea, perché ti sei iscritto a Scienze Motorie. In questa tua decisione quanto ha influito la possibilità offerta dal Programma Academic Coach?
 
È stata una opportunità preziosa, non in termini di facilitazione. Il programma, valorizzando lo sport e la formazione, cerca una conciliazione tra questi due aspetti così importanti della vita.  Entrambi per me costituiscono un impegno grande. Impegno aggravato dal fatto che sono ipovedente. Ad oggi ho sostenuto tre parziali di un esame e sono soddisfatto. Ho iniziato con Propedeutica chinesiologica e sportiva, perché è una disciplina che si occupa dello studio del movimento sotto differenti aspetti, ampliando la conoscenza della motricità nell’esperienza umana. Ho affrontato pre-acrobatica, pre- atletica e mobilità articolare con buoni risultati. Ora con il mio tutor Nicola Marson stiamo programmando la sessione estiva e l’organizzazione dello studio. Calendarizzare gli impegni, mi dà maggiore tranquillità. Voglio tentarci fino in fondo. Il mio prossimo obiettivo è prepararmi per sostenere l’esame di Pedagogia generale e poi proseguire con i corsi caratterizzanti le scienze motorie.


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